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Quarant’anni fa il disastro alla centrale nucleare di Chernobyl: oltre 20mila bambine e bambini accolti in Emilia-Romagna

Quarant’anni fa il disastro alla centrale nucleare di Chernobyl: oltre 20mila bambine e bambini accolti in Emilia-RomagnaQuarant’anni fa, nella notte tra il 25 e il 26 aprile 1986, il reattore numero 4 della centrale nucleare di Chernobyl esplose. Un disastro su scala globale che andò oltre l’emergenza immediata e che produsse effetti duraturi sulle popolazioni esposte, in particolare in Bielorussia, dove le conseguenze sanitarie e sociali hanno inciso a lungo sulle generazioni più giovani.

Ed è  in primo luogo per assistere le bambine e i bambini, i ragazzi di Chernobyl, che una rete territoriale fatta di associazioni, enti locali, servizio sanitario regionale e famiglie è nata e cresciuta negli anni, arrivando ad accogliere, in Emilia-Romagna, oltre 20mila minori provenienti dalle aree contaminate: un impegno portato avanti, da un lato, attraverso progetti di accoglienza terapeutica e, dall’altro, con iniziative di cooperazione internazionale realizzate nei territori di provenienza dei bambini stessi.

A fare il punto su questo percorso, oggi a Bologna, il convegno “Accoglienza dei bambini di Chernobyl: 40 anni di solidarietà”, organizzato dal delegato per la Presidenza della Regione su cooperazione e immigrazione, Luca Rizzo Nervo, aperto dal presidente, Michele de Pascale, e chiuso dal presidente dell’Assemblea legislativa, Maurizio Fabbri, alla presenza della rete solidale emiliano-romagnola insieme a operatori sanitari, enti locali, famiglie e giovani che negli anni hanno vissuto direttamente i programmi di ospitalità.

“Quella dell’accoglienza dei bambini e delle bambine di Chernobyl è un’esperienza che appartiene profondamente alla tradizione di questa terra- afferma il presidente de Pascale-. Da una parte c’è stata, e continua a esserci, una straordinaria risposta dal basso, la capacità della nostra comunità di sentire come propria una tragedia avvenuta lontano e di trasformare quella vicinanza in accoglienza concreta, che anche dopo il disastro di Chernobyl non è mai venuta meno. Qui la memoria si è trasformata in responsabilità e cura. E dall’altra parte c’è il grande valore del nostro sistema sanitario regionale, che allora seppe dare una risposta straordinaria, mettendo a disposizione competenze, professionalità e umanità per accompagnare percorsi di cura e di accoglienza terapeutica. Una risposta che è stata un’eccellenza e che continua a rappresentare un punto di forza della nostra comunità”.

“Appartengo alla stessa generazione di quei bambini che, dopo la tragedia, arrivarono qui e trovarono in Emilia-Romagna una seconda casa, oggi molti di loro sono uomini e donne, testimoni viventi di quella storia di solidarietà- conclude il presidente-. In una terra che continua purtroppo anche oggi a essere segnata da conflitti e sofferenze, il nostro compito è restare vicini a quelle comunità e non dimenticare mai ciò che è accaduto”.

“Il disastro di Chernobyl ha rappresentato un punto di svolta nella storia mondiale: ci ha insegnato che la tecnologia non è infallibile e che il rispetto della natura e dell’ecosistema terrestre è fondamentale per garantire la vita- aggiunge il presidente dell’Assemblea legislativa, Fabbri-. Sono orgoglioso di rappresentare un territorio che ha fatto tanto per i bambini di Chernobyl e per le loro famiglie. La Regione Emilia-Romagna è terra di accoglienza, ma anche terra che investe nello sviluppo sostenibile”.

Accoglienza, sanità e cooperazione: come si è strutturato l’intervento dell’Emilia-Romagna

Dall’accoglienza dei minori ai progetti strutturati nei territori colpiti. L’intervento dell’Emilia-Romagna dopo il disastro di Chernobyl si è sviluppato lungo due direttrici: da un lato l’ospitalità temporanea delle bambine e dei bambini provenienti dalle aree contaminate, con percorsi di detossificazione e prestazioni garantite dal Servizio sanitario regionale; dall’altro la costruzione di programmi di cooperazione internazionale direttamente in loco, in particolare in Bielorussia, tra i Paesi più colpiti dalla contaminazione.

Un sistema nato dalla mobilitazione di famiglie, associazioni di solidarietà, comitati cittadini ed enti locali, che nel tempo si è strutturato fino a trovare un coordinamento stabile nel 2002 con l’attivazione dei Tavoli Paese Bielorussia e Ucraina (legge regionale 12/2002), attraverso cui la Regione ha inserito questi territori tra le priorità della programmazione per la cooperazione internazionale e l’aiuto umanitario.

Gli interventi hanno riguardato in particolare il rafforzamento dei servizi sanitari, il sostegno alla disabilità, programmi di deistituzionalizzazione dei minori – con la diffusione delle case famiglia – e azioni di sviluppo locale nelle aree rurali, con progetti mirati alla creazione di reddito, in particolare a favore di donne e giovani.

La rete ha coinvolto Aziende sanitarie, personale medico e sociosanitario, scuole, università, organizzazioni di volontariato, ong e pubbliche assistenze, insieme alle istituzioni locali dell’Emilia-Romagna, portando alla costruzione di partenariati stabili con ospedali, istituti, università e associazioni nei territori interessati.

I progetti sono stati progressivamente presi in carico anche dalle controparti locali, con la realizzazione di reparti ospedalieri, interventi di abbattimento delle barriere architettoniche, assunzione di personale medico e sociosanitario e diffusione di nuovi modelli di assistenza, con effetti anche sul piano culturale, in particolare nel riconoscimento e nell’inclusione delle persone con disabilità all’interno delle famiglie.

Nel 2019 è stato approvato il progetto strategico “General health – Piano strategico socio-sanitario di cooperazione internazionale per la Repubblica di Belarus”, finalizzato al rafforzamento delle competenze del sistema sanitario locale, in particolare nel campo dell’oncologia infantile e femminile. Il progetto ha previsto percorsi di alta formazione che hanno coinvolto sei medici e sei operatori tra personale paramedico e sociosanitario, con l’obiettivo di trasferire competenze e modelli organizzativi ispirati alla sanità emiliano-romagnola e sviluppare servizi innovativi per i pazienti e le loro famiglie, anche attraverso protocolli di prevenzione, screening e cure palliative.