Un messaggio sullo schermo dello smartphone, poche parole e un account WhatsApp utilizzato da anni che diventa improvvisamente inaccessibile. Senza preavviso, senza una spiegazione specifica e, almeno per il momento, senza alcuna possibilità di ripristinarlo.
È quanto accaduto ieri, 21 ottobre, a Gian Paolo Crasta, segretario di Federmacchine e direttore di ACIMAC e UCIMA, tre importanti realtà associative che rappresentano settori strategici della meccanica strumentale italiana del mondo Confindustriale.
Aprendo l’applicazione dopo alcune ore dal rientro in Italia da Chicago dove aveva partecipato a Packexpo, principale evento biennale per l’industria del confezionamento, del packaging e delle tecnologie di processo in Nord America, Crasta si è trovato davanti a una comunicazione tanto sintetica quanto definitiva: «Questo account non può più usare WhatsApp».
Nessuna precedente segnalazione di irregolarità di cui l’interessato fosse a conoscenza, nessun comportamento anomalo che possa spiegare il provvedimento. La richiesta di revisione, inoltrata attraverso la procedura prevista dalla piattaforma, è stata respinta. Anche il successivo tentativo di ottenere chiarimenti dall’assistenza si è concluso con un rinvio alla medesima procedura, senza indicazioni specifiche sulle ragioni del blocco.
Una situazione che assume particolare rilevanza per le responsabilità professionali di Crasta, impegnato quotidianamente nei rapporti con imprese, associazioni, istituzioni e interlocutori internazionali. Il numero telefonico associato all’account è infatti utilizzato da molti anni e costituisce un riferimento consolidato per una vasta rete di relazioni professionali.
La sospensione di WhatsApp ha interrotto improvvisamente uno dei canali abituali di comunicazione, con conseguenze sulla gestione dei contatti, degli appuntamenti e delle attività lavorative.
«Utilizzo questo numero da moltissimi anni ed è conosciuto da centinia di interlocutori, in Italia e all’estero», dichiara Crasta. «Non contesto il diritto di una piattaforma di far rispettare le proprie regole. Contesto il fatto che si possa arrivare a una sospensione definitiva senza spiegare concretamente quale comportamento l’abbia determinata e senza offrire una possibilità effettiva di chiarimento. Non si tratta soltanto di un disagio personale: quando uno strumento di comunicazione diventa parte integrante delle relazioni professionali, una decisione del genere può avere conseguenze importanti».
Il caso solleva una questione che riguarda milioni di utenti: quale possibilità concreta ha una persona di difendersi quando una grande piattaforma digitale decide di escluderla da un servizio di comunicazione ormai entrato nella quotidianità privata e lavorativa?
E soprattutto, quanto sono trasparenti e verificabili le procedure attraverso le quali vengono adottati e confermati questi provvedimenti?
Crasta sta valutando di affidare la vicenda a un legale per verificare la legittimità della sospensione, ottenere il ripristino dell’account e accertare l’eventuale sussistenza di danni risarcibili.
«Non è una questione di privilegi legati al ruolo che ricopro», conclude Crasta. «È una questione di diritti e di trasparenza che può riguardare chiunque. Se ho violato una regola, voglio sapere quale. Se invece si tratta di un errore, voglio che venga riconosciuto e corretto».
Una vicenda individuale che pone una domanda collettiva: chi controlla le decisioni delle piattaforme quando queste incidono concretamente sulla vita delle persone?
